Il barbone

 

Era giunto il momento di raccontare la storia di... ma mi era ignoto il suo nome.
Era un - comune - barbone morto all'improvviso, trovato stecchito sulla panchina che c'era in un giardino pubblico, un giardino che aveva visto tempi migliori.
Spesso il sole l'accarezzava e torme di bambini si rincorrevano a calpestare tutto, egli li osservava strappare foglie e fiori senza che provassero rimorso o calciargli la palla addosso senza chiedergli scusa.
Parlarvi di lui, per me, sarebbe stata una grande prova di immaginazione, non ne sapevo veramente granchè.
Eppure lo guardavo, si, lo osservavo per ore, ma niente di più, mai una parola.
Sbuffava come se soffiasse a levare evanescente polvere o ancor più ragnatele prive di ragni, poi si calava il cappello sul capo e dormiva, o almeno pensavo cosi, forse sognava quei sogni che io avrei voluto percepire per conoscerlo meglio.
Quando non lo scorgevo, all'improvviso ne sentivo la mancanza, ma mi tranquillizzavo immediatamente vedendolo sopraggiungere: in fondo al viale mi appariva il suo viso ingenuo, un bisunto cappello e un paio di scarponi adatti ad ogni stagione.
Caldo e gelo come amici, la luna e il sole insieme come unici parenti, gli occhi puntati verso il cielo a cercare stelle nuove o vecchie, non importa.
Ma... mi teneva compagnia perchè soltanto la sua muta presenza mi permetteva di immaginare storie mai vissute, le sue; amori cancellati, sbornie, bicchieri colmi di vino da me mai bevuti; tante, troppe cose che io sentivo ed altre che gli leggevo sul viso, di rughe, scolpito.
Viso di carta vetrata, palpebre abbassate, volutamente credo, per non vedere il mondo e nascondersi ad esso, quel mondo che lo evitava per la sua puzza, per la sporcizia che era un suo comodo muro, quasi una stanza in cui nessuno poteva penetrarvi, una porta senza campanello.
L'estate e l'inverno si davano il turno, quasi un gioco senza senso per lui, ma poco importava al signor... nessuno.
Avrei voluto pure dargli un nome, arrivai tardi; era già inverno e la neve era caduta a far gridare gli stessi bambini che, al mattino, lo avevano colpito col solito pallone.
Il colpo avrebbe dovuto risvegliarlo, non era accaduto nulla, i bambini, contenti, si erano allontanati in fretta, anzi erano scappati.
Egli non aveva potuto sentire il tocco del pallone, era finito in un altro campo privo di neve e colmo di verde, aveva lasciato sulla panchina il suo ultimo respiro ghiacciato, il suo ultimo sogno cristallizzato.
L'infinito era la sua nuova dimora, forse anche qui ci sarebbe stata una panchina.
Fui l'unico, tra i non addetti ai lavori, al suo funerale, poi un prete, due chierichetti, una povera cassa e il suo corpo di sconosciuto privo di vita e senza nome.
Quale avrei potuto dargli ?
Mi chiesero se lo conoscessi, - no - risposi, cos'altro avrei potuto dire ?
Dalla polvere alla polvere senza lasciare neppure una piccola traccia di ricordi comuni tranne che un viale assolato, una panchina di legno consumata, dei bambini ed il solito pallone.
Cosa del barbone m'era rimasta attaccata se non quelle sue rughe stanche di sole cocente, un letto di cartone sotto il ponte ?
No, non era giusto che cosi terminasse la storia, il signor Nessuno in qualche modo mi aveva lasciato in eredità ciò che io avevo immaginato di lui, era divenuto per me uno specchio che rifletteva i miei pensieri, io... purtroppo... ora... ero più solo.
Ora, mentre sto scrivendo, ne provo nostalgia, colpevole di non avergli regalato un sorriso in cambio del suo nome.