ASCOLTANDO SENZA FARSI NOTARE... (1968)
Ascoltando, senza farsi notare, i pensieri di un uomo coi capelli bianchi, un basco grigio e una borsa di finta pelle nera, durante il viaggio di ritorno alla sera, sulla filovia Rivoli-Torino, dopo una giornata di lavoro.

 

Ho visto nel tuo viso
l'incertezza del domani,
ho visto nel tuo viso
scorrere il sudore
frutto della tua fatica
alla fine della giornata,
uomo stanco
mentre ritorni a casa.

Hai ancora nelle orecchie
l'acuta sirena
della fabbrica grigia,
hai ancora nello sguardo
mille sguardi di gente
che come te lavora...
Suda ed invecchia lentamente
pensando alla propria casa
e all'amata famiglia.

Ho letto nel tuo viso,
troppo presto invecchiato,
un velo di tristezza
mentre guardi la ricchezza
sfrecciarti accanto
e la tua mano
rugosa e stanca
serra fra le dita
una grossa borsa
di finta pelle nera,
stinta dal tempo che passa,
ripiena dei resti
di un misero pasto,
una bottiglia di vino
vuota,
un tozzo di pane.

Mentre ritorno a casa
ascolto i tuoi pensieri
e vivo dei tuoi problemi
d'ogni giorno,
le mille spese da fare,
i soldi non bastano mai,
il figlio dovrà
andare a scuola,
ha bisogno del cappotto nuovo,
i soldi non bastano mai,
oggi ho sentito
delle strane voci al lavoro,
delle parole difficili:
cassa integrazione.

Ho chiesto a Luigi
che ne sa più di me
di queste cose,
partecipa spesso
alle riunioni sindacali,
e' un'attivista,
cosi dice di chiamarsi
anche per darsi un tono
e
mi ha spiegato,
in parole povere,
cioè nella lingua
che usiamo fra di noi,
che la ditta del mio padrone
e' in crisi,
che i costi del lavoro
non lasciano più profitti,
che si guadagna poco
e che se va avanti cosi
perderemo il posto.

E’ intelligente Luigi,
quante cose sa,
ma io cosa posso fare,
non mi resta che pregare
o mio Signore,
non sono stato sempre
un buon cristiano,
sono andato poco a messa,
ecco...
L'ultima volta
quando ha fatto la comunione
mio figlio,
mio figlio....
ma ora Signore
a quel figlio
cosa darò da mangiare ?

Ieri la ditta di mio fratello,
quella in cui lavora tanto per capirci,
ha sfilato per le strade del paese,
avanti gli striscioni,
in mezzo tanto coraggio,
dietro la paura nel domani
o ancor peggio
la certezza dell'oggi
che non consente all'uomo onesto
di badare alla propria famiglia,
di crescere i figli
senza lo spettro della fame,
ed allora si !
Hanno fatto bene
a gridare in piazza
che il lavoro e' sacro,
solo che hanno avuto
tanto coraggio a farlo,
io non ci sarei riuscito.

Quando lo saprà Giovanna
mi dirà
che anch'io devo andare
a gridare ai cortei,
abbasso i padroni,
ma quali padroni ?

Luigi mi ha detto
che non sa i loro nomi,
ora si chiamano
con nomi assurdi
che non capisco,
il signor compagnia,
società, s.p.a e s.a.s,
insomma tutto
tranne che un nome solo
di un uomo solo
da prendere per il collo
e gridargli porco
che hai fatto della mia vita,
cosa hai fatto
dei miei trent'anni passati
a riempirti le tasche,
la villa nuova,
le fuoriserie,
l'auto per il figlio diciottenne,
per il fidanzato della figlia,
per la nonna paralitica
che non ha la patente
ma che comunque vuole
la sua auto personale.

Dove hai imbottigliato
il mio sudore ?
quale cantina hai riempito ?

Io sono invecchiato
per la tua perenne giovinezza,
quello che non ho mai mangiato
è stato divorato
dai tuoi cinque cani,
mastini napoletani,
a guardia della tua villa
dove il telefono ha il numero segreto
perchè io non possa telefonarti
e gridarti il mio disprezzo.

Mia moglie Giovanna
ha ragione,
non ho coraggio,
io sono un uomo mite,
ma che dovrei fare...
Gridare, gridare
e poi pestare i piedi
gridando ma a chi ?

Non ci potranno ascoltare
perchè non sono più umani,
hanno al posto delle orecchie
perfezionati citofoni
e segreterie telefoniche
che non provano vergogna
e che di rosso
hanno soltanto il tasto
del cancella messaggio
per non sentire
il nostro dolore.

Piazza Rivoli,
la solita fermata,
devo scendere giù
e lasciarti
alla tua rivoluzione silenziosa
ma con la speranza
di rivederti domani
ancora qui
nel tuo viso pensieroso,
nella tua infinita tristezza,
ma ancora qui
col tuo lavoro
che è la tua vita.