IL MARE DI IVAN

 

Ivan Komolic poco
aveva visto il mare,
anzi,
era quel poco mare
che aveva visto lui
e gli era rimasto incollato
ai suoi sedici anni.
Ne erano passati
più di cinquanta da allora,
il mare si era dimenticato
delle pietre
che saltellavano sulle onde
sempre più lontane.
Ivan Komolic le lanciava
con gli amici a far la gara,
nessuno vinceva,
perché il mare,
quelle pietre,
non le restituiva ai contendenti.
Ivan Komolic aveva tentato
varie volte
di ricordarsi il nome
di quella spiaggia,
a volte si diceva…. Kamcia…
a volte Biuskin…
altre volte Miuscriv,
che confusione nel cervello
quel suo cervello quasi simile
alla bisunta sacca di iuta
che si trascinava,
da non so quanto tempo,
da un bidone all’altro.
Era il suo piccolo
deposito di rifiuti scelti,
Ivan sperava di rivenderli
in cambio di una bottiglia di vodka.
Ivan Komolic
per quella bottiglia
avrebbe rinunciato
anche al suo cognome,
tanto nessuno lo chiamava mai.
Anche il suo nome era un lusso,
al massimo…
tra i suoi nuovi amici
sarebbe bastato un grugnito,
poi amici non erano
Ivan non conosceva neppure
il loro nome,
il suo mondo era un gruppo
di cadaveri ambulanti
che a tutto avevano rinunciato,
uomini vaganti e intabarrati
in fetidi panni di smarriti colori,
spesso rinvenuti in un bidone,
e tutti evitavano di sfiorarsi,
il più piccolo contatto era escluso,
forse…. ognuno…
si sentiva soltanto
proprietario del proprio respiro,
dell’aria che lo avvolgeva e basta.
“ Ivan… Ivan… “
nessuno avrebbe potuto chiamarlo
fra quei derelitti,
nessuno lo conosceva
ed Ivan nessuno voleva conoscere,
aveva la sua sacca
e già questa poteva essere
una tentazione…
chissà cosa pensavano di lui,
che tesoro nascondeva ?
A pensarci bene,
neppure egli stesso
ricordava tutto ciò che aveva,
alla rinfusa,
deposto in questa sacca.
L’apriva raramente, soltanto
quando doveva inserirvi dell’altro.
Alcune volte
avrebbe voluto svuotarla
per farne un censimento,
ma era troppo faticoso,
era tutto talmente faticoso,
camminare…
gettarsi a terra…
davanti al supermercato
con la mano stesa
a chiedere qualcosa
era faticoso,
ma qualunque cosa,
( si diceva Ivan )
era meglio di niente,
… credeva, Ivan, che alle persone
suscitasse più repulsione che pietà,
ma poco importava…
Qualche incuriosito bambino
si avvicinava,
trascinando la propria madre,
ed Ivan
quasi come un pescatore
che getta le sue esche per terra,
davanti a sé
traeva qualche oggetto
dalla sua sacca,
quello più lucente
che potesse attrarre l’occhio
di un bambino,
perché nulla aveva
che richiamasse una persona adulta,
non una moneta d’oro,
né d’argento o di qualunque metallo,
sapeva bene… Ivan….
che queste erano, in fondo,
l’unica esca
che avrebbe fermato un uomo.
Ed Ivan,
anche se l’avessa avuta,
sapeva, anche,
che l’avrebbe scambiata
immediatamente
per una confortante bottiglia
di liquore scadente,
anzi, bottiglia vuota
di vodka inesistente,
scolata da tempo,
bottiglia triste come lui
residuo di una notte confusa,
addormentata notte di ricordi
sopravvenuti si, ma incoerenti,
una moltitudine di voci
ormai irriconoscibili,
che il cervello aveva registrato
e mischiato a visi sfuocati,
a risate di tanta gente
con fiumi di vodka
che riempivano bicchieri,
vodka che si spargeva
e colava ovunque,
occhi che lacrimavano, tossivano
corpi abbandonati
mentre in quella notte
sembrava che anche il mare fosse
soltanto
un’enorme bottiglia
ed Ivan nuotava in essa o in esso,
a seconda
di cosa apparisse prima
davanti ai suoi occhi…
anche qui il mare e la vodka
si facevano concorrenza
mentre dal buio della notte
o dal profondo della sacca,
( disse poi Ivan confuso )
una voce gridò
“ Ivan, Ivan, dove sei adesso ? “
- e dove vuoi che sia… ?
- Ivan fammi uscire fuori,
ti prego, fammi uscire…
- ma tu chi sei ?
- Io sono il tuo mare,
quello che tieni nella sacca,
Ma dove ti ho preso ?
Rovistando nell’ultimo bidone “
Ed Ivan risvegliandosi sudato,
umido come se avesse piovuto,
cercò di ricordare
chi gli avesse parlato,
non vide alcuno
“ Ivan sei solo come al solito “
( si disse )
Tastò sotto la lurida coperta,
rattoppata mille volte
da mani che non aveva mai conosciuto,
quelle stesse mani
che l’avevano gettata
forse la stessa sera
in cui Ivan l’aveva rinvenuta
e dalla gioia aveva gridato
“ Dio,
è quello che ci voleva
in questa nera notte da dannati,
in questo freddo boia
che gelerebbe anche quel mare
che qualcuno ha detto….
Vivere nella mia sacca “
E tastando sotto la coperta
ritrovò la sua sacca,
era ancora piena per fortuna,
sapeva di avere il sonno pesante
ed aveva, spesso, paura
che nel sonno
qualche altro diseredato,
suo pari
potesse portargliela via,
chissà…
avrebbe potuto anche ammazzarlo.
Una sacca piena,
anche se non si sapeva di cosa,
poteva valere più della sua vita,
se vita si poteva chiamare mai questa,
uguale a tutte le altre
che vagavano la notte
alla ricerca di un portone isolato,
di un ponte
dove ci fosse un anfratto
non battuto dal vento.
Aveva infilato la mano dentro la sacca,
anche per se stesso era una scoperta
risentire sotto le mani
la forma di un oggetto
rinvenuto magari mesi addietro,
tastava per sapere cosa c’era
ma non solo.
Tastando ogni singolo oggetto
tentava di ricordare
dove l’avesse trovato,
anche se la cosa non era
assolutamente importante,
quanto valeva ?
Avrebbe potuto rivenderlo ?
Quanto gli avrebbero dato ?
Sentì fra le mani
una tabacchiera tutta arrugginita,
senza tabacco ovviamente,
chissà chi l’aveva smarrita
ma la tirò fuori,
l’aprì
e ci infilò dentro il naso,
sentendo ancora il profumo
di ciò che dentro non c’era da tempo.
Potenza degli oggetti
( aveva pensato Ivan )
ed infilò nuovamente la mano
nella sacca traendone
alcuni mozziconi di sigaretta
che certamente contenevano
più tabacco
del ricordo ormai fissato
nella tabacchiera
su questa… era inciso un cane,
e pensò
"che il suo antico padrone
fosse stato…
una persona amante degli animali ?
Magari un cacciatore ?
Magari un collezionista soltanto
che l’aveva smarrita ed ora
chissà
quanto avrebbe pagato per riaverla…
Chissà ! "
Certamente l’oggetto era, dunque,
più caro all’uomo sconosciuto
che ad Ivan,
Ivan stesso ci aveva pensato
e forse quel pensiero,
misto alla speranza,
lo aveva indotto
a depositare l’oggetto
accanto a sé, per terra,
quando si gettava come un sacco vuoto,
per terra, si, proprio per terra
da dove poteva spaziare,
col suo occhio lacrimoso,
il mondo che gli viveva accanto.
Ivan Komolic
della famiglia dei Komolic
di Chistokova
già,
ma di quale famiglia ?
Ad Ivan era rimasto il privilegio
che oltre che essere
l’ultimo discendente
era anche l’unico,
non esistevano altri Komolic
da nessuna parte,
ecco perché avrebbe potuto
fare a meno del suo cognome,
chi l’avrebbe fermato
e gli avrebbe detto:
“ ma caro Ivan, “
“” chi ?… io ? ”
“ si, tu, proprio tu,
Ivan Komolic di Chistokova,
ma non mi riconosci ?
Sono Anton Piotr Bersecchin “
” no, non ricordo o forse… ma… ”
Ed Ivan non ricordava veramente
Né Piotr e poco Chistokova
e la sua strada maestra,
piena di botteghe,
che aveva percorso tanti,
tanti addietro,
incamminandosi verso il nulla
che aveva scelto
come sua futura residenza.
“ Anton Piotr dove sei ?
figlio di un cane fatti vedere,
perché vedendoti possa
ricordarmi chi io
fossi veramente,
figlio di un cane vieni fuori,
ti darò un sorso dalla mia bottiglia,
berremo insieme,
dirò di riconoscerti
se proprio lo desideri,
io sono Ivan se vuoi,
anche Komolic se ti fa piacere, ricordi…
ricordi anche tu il mare
della nostra città ?
Quando gelava d’inverno
ed andavamo a scivolarci sopra,
cadendo spesso
e spingendoci sempre
per farci dispetto
Piotr chi eri allora ?
Quel bambino sempre piagnucolante
che gridava
mi hanno rubato le caramelle ?
Oppure, Piotr, eri
quello grosso
che le caramelle rubava
perché si sentiva prepotente ?
Chiunque tu sia stato, Piotr,
vieni fuori,
dimmi che io sono veramente
Ivan Komolic di Chistokova “
Ma Piotr non usciva neppure dal fumo
che andava estinguendosi
dall’ultima cicca fumata,
fumata… fin a bruciarsi le labbra,
e dove anche un po’ della barba
emanava il suo odore di bruciato,
disgustoso per altri,
piacevole per Ivan
perché lo faceva sentir vivo,
umano.
I resti della crosta di pane
sbucarono fuori dalla sacca,
sapevano anch’essi di sigaretta,
poco male,
tanto tutto sarebbe finito dentro
a consumarsi ( pensò Ivan )
un tozzo di pane
il fumo,
alcuni voci rapprese
alle quali non riusciva
ad abbinare un volto.
Il rumore del mare ora
più persistente,
quello non aveva bisogno
di farsi riconoscere,
seppure avesse un nome come lui,
era in fondo il mare di Chistokova,
le onde,
le pietre lanciate che,
a dispetto dei ragazzi
e a loro insaputa,
eppure tornavano,
quelle pietre lentamente
tornavano a riva
a cozzare contro altre pietre,
forse in attesa
di essere lanciate ancora.
Le pietre come belle dame
si nascondevano
nella sabbia per farsi desiderare,
le più belle sarebbero state poi rinvenute
e conservate gelosamente
magari su un comò appena lucidato,
accanto a un vaso
con dei fiori appena colti,
tanti pezzi di natura
che cambiavano solo di posto.
Una avrebbe luccicato
mentre l’altro più profumato
avrebbe consumato più in fretta
il suo ciclo vitale fino ad appassirsi,
la pietra no,
quella
sarebbe rimasta a luccicare ancora.
Ivan non ricordava,
eppure quel mare
stanotte
gli aveva parlato,
non so come ( si disse Ivan )
eppure aveva sentito per un attimo
quel richiamo,
il lento sciabordio,
o sembrava quasi
che le onde frinissero come cicale
o ciarlassero come signorine
imbellettate e pronte a rispondere
agli sguardi di giovani vogliosi,
o era qualcos’altro,
di non definito,
che veniva dal mare
e ad Ivan si rivolgeva
“ Ivan, Ivan – diceva “
“ sono il tuo mare, vieni “
Ed invece Ivan andava…
Ivan Komolic si avvicinava,
al solito posto dove ogni giorno,
stendendo la mano, racimolava
quanto gli serviva
per un pasto
Una scadente bottiglia
Ivan di Chistokova trascinava
in questa indefinita città,
che credeva senza nome,
Ivan,
senza un passato…
un presente o un futuro…
che non fosse un pasto di avanzi
e una bottiglia scadente
colma di vodka e ricordi confusi,
con tutto il fumo
che altre cicche
gli avrebbero procurato,
qua e là raccogliendo
ciò che altri avevano appena gettato
Ivan Komolic o meglio
Ivan del supermercato,
stese anche oggi la sua mercanzia,
trasse fuori la tabacchiera,
e poi…
questa…
questa cos’era ?
Non ricordava neppure
dove l’avesse rinvenuta,
era una vecchia medaglia
vi era inciso
un irriconoscibile uomo barbuto
con dietro una data,
il giorno e il mese ormai troppo sfregato
illeggibile, consumato
e l’anno
il 1950…
si intravedeva appena.
Su quale petto era stata appuntata ?
( non lo avrebbe mai saputo )
Chi era stato il decorato ?
Era ancora vivo ?
La cercava ?
Avrebbe versato, almeno, una lacrima
nel ritrovarla
e quanto gli avrebbe dato ?
Ivan scambiava tutto,
come un banchiere o un usuraio,
ma senza l’ansia o la gioia
che essi ne avrebbero tratto.
Tramutava tutto ( il nostro Ivan )
in pezzi di pane dal sapore indefinito,
ogni cosa era indefinita per Ivan,
per Ivan Komolic di Chistokova,
e forse lo era perché
anche gli occhi,
spesso rappresi e privi
dell’acqua anche di quel mare,
si negavano sempre più
alla luce del giorno
il minimo raggio di sole lo feriva,
a cosa gli serviva il sole ?
Certo lo scaldava un poco,
gli era amico quando
a piccoli lampi
gli si depositava magari
sulla tabacchiera
o sulla medaglia
per farle risplendere un poco,
e gli era amico anche
quando si rifletteva
in una piccola clessidra
intarsiata nel legno,
ma senza più valore
perché priva della sabbia,
( Ivan pensò )
“ sarà stata per caso
la stessa sabbia del mare ? “
Ivan Komolic pensava,
ma non pensava soltanto,
parlava spesso
piano per non farsi sentire,
ma parlava spesso ad Ivan Komolic
di Chistolova, tanto
nessun altro lo avrebbe fatto
ed allora Ivan parlava.
Parlava agli altri,
a chi usciva dal supermercato
e non lo degnava
neppure di uno sguardo,
o magari lo faceva furtivamente
per voltarsi in fretta
da un’altra parte,
Ivan
non aveva bisogno di parlare
e poi cosa avrebbe potuto dire ?
Sapete voi…
O sai tu,
proprio tu,
Andrej Pokov,
che passi più volte la mano
sul tuo collo di pelliccia,
con un fremito di piacere
ripasso la mano
e ti senti importante,
tu,
Andrej Pokov,
sai chi è stato,
un giorno di tanti anni fa,
questo relitto umano di Ivan Komolic ?
Quando era giovane
e correva senza fermarsi,
con la gioia
di arrivare in fretta all’appuntamento,
perché Liuska
non doveva aspettare.
Sai tu
Andrei
che a Ivan batteva un cuore,
si, un cuore come il tuo,
forse meno importante,
ma a Liuska importava di più
che Ivan arrivasse in fretta,
per corrergli in contro,
abbracciarlo,
infilargli le dita nella folta barba
ed abbracciarlo
come non avrebbe fatto con te,
Andrei Pokov,
credimi,
io Ivan te lo assicuro
credimi come è vero
che è il sole
a far luccicare la mia tabacchiera,
credimi
per quanto è vero
che questa medaglia ha fatto
gioire un uomo
o piangere una vedova…
scegli tu
quello che più ti conviene
per credermi,
Andrei Pokov,
a me, Ivan Komolic non è rimasto
che queste poche cose
per farmi credere.
Sul mare che sento non posso giurare,
quello certamente tu,
Andrei,
non puoi sentirlo,
il raggio di sole
percorre un’altra strada
prima di adagiarsi sul mio mare,
filtra attraverso i miei occhi
e attraverso qualche mio
ricordo confuso,
il raggio
prima di adagiarsi
sul mio mare di Chistolova.
C’era anche Liuska a Chistokova,
caro Andrei,
e se qui ci fosse Anton Piotr Bersecchin,
anch’egli di Chistokova
potrebbe confermartelo,
perché sicuramente egli la conosceva,
non avrebbe potuto essere altrimenti,
perché ha riconosciuto anche me.
Liuska aveva i capelli come il grano
E in quel tempo i miei occhi
erano sempre aperti
a guardare il sole,
vivevo allora il contrario di oggi,
tutto così definito e nitido
dove non mi serviva
una bottiglia per vederci chiaro.
“ e tu,
Anton Piotr,
ormai che sei qui,
renditi utile,
racconta a questo…
questo signor Andrei,
di non so quale paese e famiglia,
che Ivan Komolic l’amava enormemente
anche quando Liuska
per farlo arrabbiare
si metteva a correre
lungo la riva del mare,
si, il mare di Chistokova,
quello delle pietre
che gettavamo da ragazzi
e ritornavano,
a nostra insaputa,
… il mare delle pietre nascoste
sotto la sabbia
e che aspettavano d’esser ritrovate
e poi appoggiate accanto ad un fiore
che stava già appassendo,
Si Anton Piotr, parla,
Andrei deve sapere
che Ivan era felice di tutto,
quando la rincorreva
con il cuore in tumulto
lungo la riva di quel mare,
gridando,
“ Liuska, Liuska, fermati,
voglio amarti ,
Liuska fermati “
E Liuska qualche volta si fermava,
Andrei tu
non ci crederesti,
ma si fermava davvero
per quel Ivan
che tu non hai mai conosciuto…
un altro Ivan
diverso da questo rottame
che tra uno sputo e l’altro
lascia una tenue traccia di sangue.
ora davanti al supermercato
accanto alla tabacchiera,
alla medaglia e all’inutile clessidra
c’è una piccola cornice
con dentro una fotografia
di un uomo e una donna…
entrambi senza tempo…
vissuti certamente e null’altro,
neppure la tenue traccia di sangue
che lasciando Ivan
inumidisce l’asfalto.
Un uomo e una donna che sono passati,
non si sa come,
non si sa quando,
“ Andrei, come te sono passati “
hanno lasciato un niente popolato
da ricordi e sogni che io,
Ivan Komolic di Chistokova,
non riesco assolutamente a decifrare.
Guardo e riguardo
questa fotografia…
nulla mi fa capire della loro vita,
neppure
se hanno avuto il loro mare,
la loro spiaggia magari
da un’altra parte,
certo non a Chistokova…
magari a Kalkuskin
o a Bielorov,
magari non c’era neanche il mare,
ma... non importa ne a me
ne a te Andrei, guarda,
di quel mare
ne sono proprietari soltanto loro,
questi due visi sconosciuti,
tu, Andrei,
che sei appena uscito frettolosamente
da quella porta,
non ne saprai nulla come me,
e neppure Piotr,
nonostante i suoi antichi ricordi,
ci potrà aiutare,
vedi,
ognuno ha il suo mare
e non glielo può portar via alcuno.
Il sole sbatte ancora
contro la medaglia,
colpisce pure la tabacchiera,
io vedo che un bambino biondo, giovane,
che non ha paura,
si avvicina
e mi lascia una moneta,
"Il tuo Dio te ne renda merito"
il mio non ha tempo per queste cose,
è sempre troppo impegnato,
forse in questo momento
sta spingendo le pietre,
che altri bambini hanno lanciato
nel mio mare,
verso la spiaggia avida
che sta ad attenderle
per nasconderle nelle sue viscere,
da un’altra parte un fiore
sta nascendo
e presto si incontrerà
con una di quelle pietre,
non so quale,
neppure tu Andrei
sapresti riconoscerle ora,
diciamo una pietra qualunque
che il mio Dio
che comunque mai fu mio
quanto di chiunque altro,
sta spingendo verso il fiore,
ed io Ivan Komolic te lo assicuro
e te lo giuro sul tempo
che è passato da quella clessidra
e non si è potuto fermare,
ti giuro
che Liuska
era tutto per Ivan Komolic,
profumava più dell’odore del tabacco
rimasto quasi per miracolo
in un angolo della tabacchiera vuota
Liuska riscaldava Ivan
a volte più del sole
che sta infrangendosi
sulla vecchia medaglia,
lo stesso sole
che si riflette sulla cornice
dove un uomo e una donna,
a dispetto di tutto,
sono ancora insieme
ad ascoltare il loro mare.
“ Andrei Pokov fermati,
Anton Piotr Bersecchin fermati,
fermatevi insieme
e venite a vedere cosa ho rinvenuto
nella mia sacca
una conchiglia,
vuota,
si, vuota,
che credevi, Andrei ?
la credevi esser piena e di cosa ?
Ma Andrei ed anche tu Piotr,
prendete,
prendete la mia conchiglia
ed appoggiatela alle orecchie…
sentite ?
Non sentite lo sciabordìo ?
Ma come è possibile ?
Andrei Pokov,
Anton Piotr Bersecchin di Chistokova,
ascoltate meglio,
non lo sentite ?”
Ma è il mare !
Ii mio mare
che stanotte mi ha chiamato.
Le onde friniscono solo per me
e le cicale giocano con le pietre
e con i fanciulli
che siamo stati un tempo
e quelle pietre ritornano
anche dopo che Liuska
le ha lanciate un giorno,
quando eravamo insieme,
correvamo senza più fiato
Liuska correva
"Liuska dove sei ? “
Fermati, non riesco a raggiungerti,
fermati..."
“ Mio caro Andrei,
caro Piotr,
aiutatemi,
non riesco a correre più,
non vedo più Liuska,
sento il mare, quello si,
lo sciabordìo…. Piotr,
vedo il verde dei prati,
c’erano anche quelli a Chistokova,
ricordi Piotr ?
E frinivano anche lì le nostre cicale,
io e Liuska amavamo le cicale,
come io amavo lei
ed ora lei sta correndo ancora,
sento il rumore delle pietre…
Andrei,
la vuoi questa vecchia medaglia ?
Potrebbe essere stata di tuo padre
e prendi anche questa fotografia,
su, prendi tutto,
a me non serve più “
Guarda, mia Liuska,
li sto salutando
” Addio Andrei,
addio Anton Piotr di Chistokova,
addio a voi,
e non lasciatemi la clessidra,
dove sto andando
il tempo non ha più importanza,
…… c’è il mare,
mi basta solo il mio mare… lo sentite ? “
” Liuska,
Liuska di Chistokova
Aspettami,
andremo verso il sole,
Liuska guarda,
Liuska… prendimi per mano,
Liuska, Liuska, Liuska…….. „